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In un bel racconto di Calvino, “il castello dei destini incrociati”, alcuni viaggiatori si ritrovano misteriosamente in un ignoto castello, privi della parola. Così incrociando file di carte da gioco, ciascuno racconta se e la sua storia.

Come le file di carte del racconto, si incrociano accidentalmente la crema di latte e questi piccoli biscottini, cialde soffici e un po’ spugnose.

La crema di latte ha una storia antica, almeno quanto le consunte pagine di nonna maria che ne ritraggono la ricetta. Oggi ancora si incontra in Sicilia, soprattutto quando sostituisce la ricotta dei cannoli, troppo deperibile con la calura estiva.

I biscottini invece arrivano dal sito dello chef degli chef, nientemeno che Heinz Beck. Sul sito patinato e ricco di foto molto invitanti compaiono due cose curiose: i sughi pronti De Cecco (cheee?!?! E invece sì! Alla voce “consulting” ci spiega che cura l’intera gamma dei sughi pronti…bah!) e nella ricetta della meravigliosa mousse al caffè, due righe che descrivono gli “strani biscottini” ovvero il “Biscotto al miele: Montare le uova intere con lo zucchero ed il miele, aggiugere delicatamente la farina setacciata. Stendere su silpat ed infornare a 200° per 5 minuti. Tagliare con un tagliapasta di 7,5 cm.”

Forse non avrò indovinato alla perfezione l’esecuzione, mi sa tanto che l’albume e il tuorlo meritavano di essere montati separatamente e poi uniti (come per i savoiardi). Fatto sta, che lo strano biscottino si trovi alla meraviglia, con la crema di latte e il suo sapore agrumato, trovando anche il giusto equilibrio in quanto a consistenza.
Due destini incrociati per una golosa merenda.

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A volte in rete capita di seguire percorsi strani, di passare dai biscotti al baccalà, rimbalzando da un blog all’altro tra vecchie e nuove conoscenze, tra punti di riferimento e inaspettate piacevoli novità.

Fatto sta, che non mi sarebbe mai passato per la testa di fare il pane con lo yogurt, per quanto ora l’idea mi suona bene (una sorta di assonanza tra fermentati), ma è difficile non restare incantati dall’ottima proposta di Pappareale, che in fatto di panificazione la sa molto, ma molto lunga.

Così mi sono convinto subito: siano quindi panini allo yougurt.

Ora, ditemi voi, come faccio a spiegare quanto sono morbidi e profumati? Golosissimi a colazione, con il classico burro e marmellata oppure, appena tiepidi con olio (un buon olio) e sale.

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Roma, Piazza delle Cinque Scole, palazzo Cenci-Bolognetti,  primo piano. 

Siamo al Ghetto, quartiere ebraico nel cuore della Roma antica, quella che ha respirato veramente secoli di storia, dagli antichi romani alle tristi vicende della Seconda Guerra mondiale (proprio in quei tempi, mia nonna abitava proprio da quelle parti e fu allora che imparò la ricetta dei famosi carciofi alla Giudia, ma questa è un’altra storia).

Al Pompiere è un ristorante vecchio stile, dogmaticamente osservante della cucina romana più tradizionale e tradizionalista, niente di più, niente di meno, impeccabile, ma senza fronzoli o modernismi e tantomeno restyling.

Qui invece, se si è fortunati si trovano piccole rarità della cucina romana, come la ricotta o il cervelletto fritto oppure l’abbacchio brodettato. Non perdiamo l’occasione per un carciofo alla Giudia, la carbonara e visto che è sabato,  ca va sans dire, trippa.

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Oltre i pregi e i difetti che si possono riscontrare, una cucina così è prima di tutto un lieto ritorno alle proprie radici. E, guarda un po’, mi sento in piena e perfetta sintonia con lo slogan della recente edizione di Identità Golose: “il lusso della semplicità”.

baroloaudace.gifMartedì scorso l’Ateneo dei Sapori ha  organizzato un piacevole incontro con Roberto Sarotto, uno dei nomi “nuovi” nella produzione del Barolo.

Una bella serata per raccontare una storia di Langa, misurata e composta, nella miglior tradizione piemontese, ma comunque non meno affascinante della storia di altre firme, più altisonanti e conosciute.

E’ la storia di un “agricoltore”, come ha precisato lo stesso Sarotto, che fa il vino e che punta sull’innovazione senza perdere il filo con la tradizione, ma cercando un continuo perfezionamento. Si snoda così un dialogo segreto e difficile con la vigna, un’attenta osservazione per capirne comportamenti, cogliendo piccoli messaggi e cercando di tirare fuori il meglio da ogni annata.  

Quattro annate di Barolo Audace e quattro di Barbaresco Gaia Principe per raccontare il Nebbiolo attraverso due diverse chiavi di lettura, espressione di una interpretazione innovativa del vitigno, per via dell’uso di barrique e, nelle ultime annate (dal 2005), per il parziale appassimento di alcune uve, con l’obiettivo di cogliere una maggior evoluzione nel tannino. Scelta coraggiosa, devo dire, ”eretica” per i tradizionalisti, ma molto interessante per chi senza prese di posizione a priori è sempre curioso di conoscere le potenzialità di un terroir e di un vitigno.

Specie se si chiama Nebbiolo.

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Qualche tempo fa si parlava di storia e tradizioni delle ricette, di come alcuni piatti (come l’amatriciana, per esempio) siano diventati dei punti fermi nelle abitudini gastronomiche.

Altre volte invece, capita che una qualche ricetta segua un percorso tutto suo, fatto di passaparola e consigli, arrivando sulla tavola di chissà chi e chissà dove, come polilne o semi di piante selvatiche, portate dal vento.

Mi domando infatti se la signora De Conciliis si sarebbe mai immaginata di passare la ricetta dello strudel di scarola a mia moglie. Forse sì, se solo fossimo mai passati dalle parti di Salerno, magari per visitare la loro azienda vinicola o assaggiare l’olio. E invece no, ma se non ci si incontra là fuori, capita di incontrarsi in rete, magari a “casa cavoletto” e il gioco è fatto!

Risultato gustosissimo, veramente da provare! 

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