barolo-sandrone.jpgLa leggenda del Barolo inizia nell”800, quando il Piemonte era terra di Savoia e l’Italia era ancora un idea. All’epoca il punto di riferimento per il vino era la Francia, già organizzata in Crus secondo la legisalzione di Napoleone III,  dominava il gusto e la moda con i vini di Boredeaux e della Borgogna.

Il primo passo lo mosse la Marchesa Falletti di Barolo (ovvero la Marchesa Giulia Vittorina Colbert di Maulévrier, moglie del Marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo) con l’aiuto dell’enologo francese Louis Oudart. Nacque così un vino secco e dalla struttura importante: il Barolo, così come lo conosciamo oggi.

“chi, dopo i Marchesi Falletti molto contribuì a dare fama al Barolo” scrive il Canonico Domenico Massè nel libro il Paese del Barolo “fu il Conte Camillo di Cavour, il quale chiamò il Conte Odart nel suo Castello di Grinzane a fabbricare quel famosissimo Barolo che egli faceva servire ai suoi pranzi diplomatici, ove formava la delizia e l’ammirazione dei buongustai” (dal sito de Marchesi di Barolo)

E il Barolo entrò subito nella leggenda, diventando il primo importante vessillo del vino italiano all’estero.

Venendo ai giorni nostri, per chi conosce le meraviglie del celebre vino di Langa, saprà anche della diatriba in corso tra tradizione e innovazione che intorno al Barolo schiera due correnti contrapposte: i “tradizionalisti” fautori di un vino austero e importante, di sicuro non facile, di pregiata e rara bellezza, mentre gli “innovatori” sostengono una sorta di contestualizzazione al gusto moderno, per un prodotto meno severo e più accessibile.

E’ considerato tra gli ”innovatori” Luciano Sandrone, un uomo che il Nebbiolo lo coltiva prima di tutto nel cuore e una piccola azienda che confeziona vini strepitosi: tra i tre migliori vini che abbia mai bevuto vi è sicuramente il loro Barolo Cannubi Boschis.

La sua storia inizia in vigna: lavorando nella Giacomo Borgogno, firma celeberrima del Barolo, poi come capo cantinere nella Marchesi di Barolo (sì, quella della Marchesa Falletti), infine con la sua vigna personale: un terreno sulla collina di Cannubi. Il vino è un mestiere duro, che chiede pazienza, costanza e dedizione incondizionata. Solo così ti premia. E negli anni ‘80 arrivarono le risposte, con una solida affermazione sul mercato internazionale.

Ora, a legger bene, nell’esperienza di Sandrone vi è tutta la scuola tradizionalista e dirlo “innovatore” come poco sopra non deve trarre in inganno. Non vi è nessuna rottura con il passato, anzi, tra i suoi vini si ritrova lo stile della tradizione nel Barolo “Le Vigne”, frutto dell’assemblaggio di uve provenienti da diversi vigneti e quindi diversi terroir. Al contrario è innovativo con il Barolo Cannubi Boschis, in cui è vinificato un singolo vitigno, praticamente un cru di Langa.

E ora non ci resta che assaggiarli: pura, sublime poesia.

Barolo “Le Vigne” 1999: ottima annata sotto il profilo climatico che ci regala un Barolo di grande ricchezza. Color granato, appena aranciato sull’unghia. Molto intenso nei profumi, legati ormai all’evoluzione: note di humus, foglie secche, tabacco, liquirizia. La nota mentolata ha lasciato spazio a sentori funginei, poi un cenno di spezie dolci e vaniglia. Spettro olfattivo ampio e complesso. Palato ricco e opulento con un tannino di grande qualità, perfettamente integrato. Finale netto, pulito, piacevole e molto persistente su note di liquirizia dolce.

Barolo “Cannubi Boschis” 1998: Color granato cupo. Naso complesso ed evoluto: sentori di tabacco, humus, sottobosco, spezie, note scure di china e fondo balsamico. Grande e straordinaria pienezza al palato, vellutato e morbido anche in chiusura. Si avverte una buona mineralità. Nonostante l’opulenza e la complessità, conserva leggerezza e piacevolezza nella beva, di grande classe ed eleganza.

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