Gen
31
Sformatino di patate e cavolo nero
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Visto che l’inverno non lascia spiragli a raggi di sole e imperversa con pioggia e basse temperature, atteniamoci rigorosamente ai dettami stagionali anche a tavola con un piatto vegetariano, ma sostanzioso.
E qual è la più invernale delle verdure (invernali) ? Il cavolo nero, ça va sans dire. Toscano d’origine, non trova molta diffusione nella penisola e a Roma non è facilissimo trovarlo, ma in un paio di mercati si va quasi sempre a colpo sicuro (quali sono? quello al Trionfale e quello piccolo a Via Mario de’ Fiori).
Quindi, cavolo nero, patate per contrastare il gusto deciso e vagamente amaro, leggera gratinatura e il gioco è fatto.
Gen
29
Il Barolo di Luciano Sandrone
Archiviato in Approfondimenti, Piemonte, Storie di gusto, Vini - Regioni, Vini Rossi | Leave a Comment
La leggenda del Barolo inizia nell”800, quando il Piemonte era terra di Savoia e l’Italia era ancora un idea. All’epoca il punto di riferimento per il vino era la Francia, già organizzata in Crus secondo la legisalzione di Napoleone III, dominava il gusto e la moda con i vini di Boredeaux e della Borgogna.
Il primo passo lo mosse la Marchesa Falletti di Barolo (ovvero la Marchesa Giulia Vittorina Colbert di Maulévrier, moglie del Marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo) con l’aiuto dell’enologo francese Louis Oudart. Nacque così un vino secco e dalla struttura importante: il Barolo, così come lo conosciamo oggi.
“chi, dopo i Marchesi Falletti molto contribuì a dare fama al Barolo” scrive il Canonico Domenico Massè nel libro il Paese del Barolo “fu il Conte Camillo di Cavour, il quale chiamò il Conte Odart nel suo Castello di Grinzane a fabbricare quel famosissimo Barolo che egli faceva servire ai suoi pranzi diplomatici, ove formava la delizia e l’ammirazione dei buongustai” (dal sito de Marchesi di Barolo)
E il Barolo entrò subito nella leggenda, diventando il primo importante vessillo del vino italiano all’estero.
Venendo ai giorni nostri, per chi conosce le meraviglie del celebre vino di Langa, saprà anche della diatriba in corso tra tradizione e innovazione che intorno al Barolo schiera due correnti contrapposte: i “tradizionalisti” fautori di un vino austero e importante, di sicuro non facile, di pregiata e rara bellezza, mentre gli “innovatori” sostengono una sorta di contestualizzazione al gusto moderno, per un prodotto meno severo e più accessibile.
E’ considerato tra gli ”innovatori” Luciano Sandrone, un uomo che il Nebbiolo lo coltiva prima di tutto nel cuore e una piccola azienda che confeziona vini strepitosi: tra i tre migliori vini che abbia mai bevuto vi è sicuramente il loro Barolo Cannubi Boschis.
Gen
26
mini plum cake al cioccolato (Venchi)
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Dei magici perchè e percome del plum cake, uno dei dolci più semplici e golosi, ne avevamo parlato già qualche tempo fa e francamente non è il caso tornarci sopra.
Vale la pena però riprendere il discorso per parlare di un connubio particolarmente felice: quello con il cioccolato. E fin qui niente di nuovo, ma bisogna specificare: il cacao Venchi, quello dei vecchietti (sì…i famosi vecchietti del cacao!).
Ecco, non che voglia fare la reclamé - che magari neanche ce n’è bisogno, visti i 130 anni alle spalle - ma il cacao Venchi è veramente il migliore in assoluto per cioccolate calde e affini, composto semplicemente da cioccolato al 78%, zucchero e amido.
Detto fatto, quindi, ne ho aggiunto un paio di cucchiaiate (sempre a occhio, non sia mai…) a una parte dell’impasto dei plum cake, lasciando che si addensasse un poco. Durante la cottura la cima del plum cake si è spaccata come un piccolo goloso vulcano di cioccolato. Slurp!
Gen
24
Sovversivi del gusto 1 & 2
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Scorrono velocemente le pagine dei Sovversivi del Gusto, immagini, storie e soprattutto i volti de “l’enogastronomia che resiste”, come scrivono. E’ il ritratto vivido della passione di agricoltori, enologi e ristoratori che cercano la qualità e l’eccellenza, veri “sovversivi” in un sistema piegato alle logiche di mercato.
E’ la testimonianza di un’Italia operosa e sincera che si pensa non esista e invece è lì, viva e vegeta a dimostrarci il contrario. Ossia, a dimostrarci che ha ancora un senso inseguire i propri sogni.
Un viaggio entusiasmante in lungo e largo per l’Italia, raccontato dall’abile penna di Michele Marziani e sopratutto dall’obiettivo del bravo Marco Salzotto. Uno stile asciutto, con pochi fronzoli, ma molto calore umano. Fotografie spontanee, come piccoli reportage che guidano il lettore tra le terre, i gesti quotidiani e i tesori dei piccoli grandi eroi, per chi è “sovversivo” nell’animo.
Gen
18
Bucatini all’Amatriciana
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“L’identità non esiste all’origine, bensì al termine del percorso”.
Così scrive Massimo Montanari nel suo “Cibo come Cultura” a proposito del percorso che spesso si compie, per risalire alle origini della cultura o della tradizione, dove affondano le radici alcuni piatti o abitudini. Nelle sue parole vi troviamo, a mio avviso, una perfetta sintesi di quella che è la storia dei bucatini all’amatriciana o “alla matriciana” come si dice a Roma.
In questo semplice e gustoso piatto infatti, vi sono molti secoli di storia e storie che si accavallano e si intrecciano rendendo difficile un percorso a ritroso, che ci porta a numerose versioni alternative.
Non è chiaro quale sia la paternità geografica del piatto, conteso tra Roma ed Amatrice: una semplice interpretazione etimologica lascerebbe propendere per Amatrice, diventando poi “matriciana” a Roma. Del resto anche gli ingredienti richiamano fortemente la produzione laziale: guanciale e pecorino in primis.
Nel suo percorso dunque dall’appennino verso la città l’amatriciana perde la “a” e acquista la cipolla nella base del soffritto e la pancetta in sostituzione del guanciale, come nella famosa poesia di Aldo Fabrizi che riporta anche Paoletta.
Ma attenzione a non seguire troppo i consigli del sonetto! Come nella migliore tradizione delle osterie di inizio novecento, tende ad arricchire eccessivamente il condimento con conserva concentrata, dado e basilico.
Meglio nulla di tutto questo, semplicemente: pomodoro, guanciale e pecorino. Quest’ultimo è importantissimo. Di norma utilizzo un buon pecorino romano o, meglio ancora, quando capito dalle parti di Amatrice un pecorino molto stagionato locale, meno sapido e molto gustoso.
L’ultima questione prima di passare alla ricetta, riguarda la “gricia”, variante in bianco dell’amatriciana. Molto probabilmente rappresenta una delle tante diramazioni che si osservano percorrendo un percorso a ritroso verso le origini.
Se c’era il pomodoro bene, se no va bene anche senza. D’altra parte nessuno dei ricettari tardo-medioevali o altri documenti, che io sappia, lasciano intendere l’esistenza della gricia (o di qualche ricetta analoga) prima della diffusione del pomodoro importato dalla americhe.
La cosa più interessante di questo piatto è che nonostante così tante controversie, a tavola riesce a mettere tutti d’accordi con la semplicità dei sapori genuini!












